Mauro Moscatelli Pittore
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RECENSIONI

Nelle viscere della terra >>>
di Maurizio Sciaccaluga

Per Mauro, e per i suoi cieli,
per le sue terre >>>

di Davide Rondoni

Tra l'atteso e lo svelato >>>
di Daniela Del Moro

Mauro Moscatelli.
Una cosmologia del volto >>>

di Alessandro Giovanardi

La pittura di Mauro Moscatelli >>>
di Gianfranco Lauretano

Mauro Moscatelli, Terre >>>
di Roberto Gabellini

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APPENDIX



Nelle viscere della terra
di Maurizio Sciaccaluga


Trionfi della natura: avrebbero potuto intitolarsi così tutti i pezzi dell'ultimo ciclo di lavori
di Mauro Moscatelli. In fondo, si tratta esclusivamente di terre - sia nel senso di territori
sia nel senso di visioni della Grande Madre - che l'artista osserva muoversi e svilupparsi,
che annota nella loro complessa topografia.
Non hanno nulla del paesaggio classico, quello in cui l'uomo si presenta quale parte
integrante del mondo, al contempo prodotto e protagonista, e manca anche quell'idilliaca
fusione di figure e natura, che si sposano sulla tela come nella vita, capace di regalare
un' immagine serena e rassicurante dell'essere vivente e del pianeta.
Non assomigliano nemmeno lontanamente a un paesaggio urbano, fatto di metropoli grigie
e anonime, muri e cemento armato, e non c'è traccia di tecnologia.
Manca, insomma, il segno umano, autore e fautore della decadenza, mentre si tratta
di turbini, ammassi, vortici di materia che il pennello intuisce, trasmette e trasferisce
sulla superficie pittorica in una sorta di trance.
Mediata dalla progettazione e dall' intenzione, ma pur sempre trance.
Seppure possa sembrare ridondante dirlo, la pittura di Moscatelli indaga l'essere
ontologico della natura, il suo nerbo, l'anima che l'attraversa.
Quell’anima che rimane nascosta negli anfratti meno spettacolari, in quei particolari
poco appariscenti ma sempre presenti, sempre necessari perché poi, dopo, la vita
possa trionfare nelle forme più evidenti ed enfatizzate.
Nei lavori dell'artista si parla di un pianeta che l'uomo è convinto di possedere ma che,
in realtà, nella sua vera fisicità, non conosce per niente.
Ogni opera, ogni rappresentazione parte dall'osservazione e da una serie di fotografie,
ma presto l'immaginazione e l'istinto sono chiamati a lasciare indietro la descrizione e la realtà.
Mentre dipinge, Moscatelli rielabora in senso fantastico - nonostante le monocromie
e la serialità - tutto quanto i suoi occhi hanno visto dal vero, quanto ricordano d'aver osservato.
E questo guardare la terra, il cielo e le nuvole per scorgere altro ricorda un esercizio pittorico,
letterario e filosofico antico. Leonardo, ad esempio, per conoscere e per dipingere osservava
i dettagli, e lì intravedeva tutto il visibile dell'orizzonte naturale.
In apertura del suo Trattato sulla pittura, il maestro consigliava ai giovani artisti di esercitarsi
sulle macchie dei muri: "Col solo gettare di una spugna piena di diversi colori in un muro,
essa lascia su questo una macchia, dove si vede un bel paese".
Chi guarda un' opera di Moscatelli ha sempre la consapevolezza che quel "bel paese"
sia solo un frammento, la minima parte di un tutto. Così come ha la certezza che ogni lavoro, concettualmente, infranga i confini della tela.
I frammenti, i momenti e gli spazi osservati dall'autore assomigliano a vedute aeree, satellitari,
a visioni a volo d'uccello dove il disegno diventa sempre materia semplicemente perché lo è:
Moscatelli crea artificialmente la terra per raccontare la terra.
Si addentra nelle viscere del mondo, nel respiro del magma, in un percorso quasi sotterraneo
dove la padronanza pittorica della stesura cromatica e dell'impasto diventa virtualmente
un elemento primordiale.
Le caratteristiche del paesaggio rappresentato non sembrano raccontate sulla tela
ma stampate di peso, come se non si trattasse di un'immagine ma, piuttosto, di un'impronta.
I colori scivolano formando spigoli, grumi e concavità, e la materia indistinta diventa di volta
in volta ferrosa, vegetale, aerea.
È la lezione di Afro e di Morlotti, e in generale di tutta la pittura informale italiana.
Moscatelli, con una tecnica colta e meditata, ridisegna l'informale nella natura,
nella prospettiva, compiendo un'operazione di affinamento, di osservazione,
di analisi minuziosa della realtà che va oltre la forma, che raffigura quel che la forma
ancora non riuscirebbe a dire. Rivisita il paesaggio attraverso gli occhi e le regole
della pittura informale, certo, ma la sua è anche una sintesi perfetta tra passato e presente,
tra vecchio e nuovo. Perché, se le vedute aeree hanno a che fare con il contemporaneo,
e il modo di raccontarle appartiene comunque alla storia dell'arte attuale, il senso
e la poetica profonda dei suoi paesaggi hanno radici molto più antiche.
La natura di Moscatelli possiede infatti qualcosa di romantico e di drammatico,
come se le cose, nei loro contorcimenti, potessero dare a vedere la sofferenza del vivere.
I suoi cicli turbinosi dai colori spesso violenti e cupi non sono, o almeno non vogliono essere,
mere riproduzioni paesaggistiche; piuttosto, una sorta di rispecchiamento, di inquietudine
conoscitiva o, come dice l'artista, "il segno di una domanda di senso".
Sono orizzonti talvolta terribili, dove la terra è mistero e ignoto, sono il limite fisico,
pieno di promesse e minacce, rassicurante, ossessivo, capriccioso e dolcissimo,
oltre il quale c'è l'abisso e silenzio. Sono vortici lucreziani, dove la natura,
concepita come forza, rimane un luogo inaccessibile.
È la natura matrigna quella che traspare dai quadri di Moscatelli, infinitamente grande
e misteriosa, seducente e terribile.
L'artista, come un tempo Byron, è attratto e insieme respinto dal mistero della madre terra,
rivive nelle opere il senso panico della natura mutuato da Friedrich, Turner, Constable.
In queste tele calme, monotone, serie, c'è la consapevolezza attonita e quasi dolorosa
dell' insufficienza umana di fronte alla grandezza della natura.
Le tele richiamano, come temi musicali, brani paralleli e consonanti di Goethe e del Werther,
attratto dalle meraviglie del creato e poi respinto, di Foscolo e del suo Ortis,
che vede trasformarsi la natura da presenza benevola a forza distruttiva,
e della lirica leopardiana in generale, dove il contrasto uomo-natura genera un sentimento
di malinconia e insoddisfazione perenne. La calma dei quadri dell'artista evoca, in realtà,
drammaticamente, la totale indifferenza della natura alla condizione umana, è l'ultimo
grottesco insulto perpetrato dalla natura all'Islandese, in una delle più belle tra le Operette
Morali di Leopardi. È il volto terribile della natura e la sua idea, espressa dal poeta
nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo, sull'inconsistenza del genere umano.
Quel genere che potrebbe tranquillamente sparire, dal mondo come dalla sua
rappresentazione, senza generare alcuna mancanza.

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