Mauro Moscatelli Pittore
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RECENSIONI

Nelle viscere della terra >>>
di Maurizio Sciaccaluga

Per Mauro, e per i suoi cieli,
per le sue terre >>>

di Davide Rondoni

Tra l'atteso e lo svelato >>>
di Daniela Del Moro

Mauro Moscatelli.
Una cosmologia del volto >>>

di Alessandro Giovanardi

La pittura di Mauro Moscatelli >>>
di Gianfranco Lauretano

Mauro Moscatelli, Terre >>>
di Roberto Gabellini

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APPENDIX



Per Mauro, e per i suoi cieli, per le sue terre
di Davide Rondoni


Perché mette il viso in questi momenti del cielo, in quei pezzi di terra?
Perché Moscatelli nella sua baracca sospesa sulle colline di Rimini si concentra
in questi spazi consueti e senza niente? Che movimento osserva, mette a fuoco?
In questa epoca in cui l'arte e i suoi gesti per quanto disparati e opposti paiono
comunemente segnati da un sentimento di post-disfatta, e dunque di vorticosa volontà
di autopsia, di citazione decostruttiva o all' inverso ricostruente, ma sempre come di calco,
di copia, in un componimento che spesso è quasi divertita, stupefacente composizione
di salma, ecco Moscatelli che osserva, beato, duro, beota?, il farsi del cielo, il farsi della terra...
Ricordo mia figlia Carlotta che a poco meno di un anno, muovendo incerta i primi passi, cadde.
E invece di piangere e strepitare, una volta col viso a pochi centimetri da terra, si mise
intensamente ad osservare cos' era lì, tra quelle righe riarse, come per una improvvisa
irrefrenabile curiosità. Perché dunque Moscatelli, che forse, come tutti gli artisti,
non sa camminare bene nel mondo, si perde in queste porzioni di cielo, in questi riquadri
di terra e nel loro movimento? Non arriva, questo pittore, ai suoi quadri per contemplazione.
Piuttosto per furia. Lo testimoniano, se non altro, le mille citazioni sparse nel suo studiolo,
appuntate sul muro, sul tavolo, ovunque. Sulla carta, o direttamente sulla parete.
Frasi sue, o di poeti, o di chissà chi. Pittore meditante, pittore che intende l'arte come
momento di memoria assoluta, e come lotta.
Interiore, sì, ma anche guerreggiata contro le immagini fasulle che corrodono la luce
degli occhi, arrivando da ogni parte, anche dai luoghi che dovrebbero esser deputati
quella luce a custodire, a fermentare. Lotta che non può esser che solitaria, anche se
sostenuta dalla presenza di sodali, dispersi nel tempo e pur ravvicinati nel gesto.
Diciamo due nomi, come fantasmi nella baracca sospesa su Rimini, tra le colline e il mare...
Raffello, Bacon... La loro ricerca di totalità... Il Burri dei cretti forse no, pare quella
una diversa, finale, essiccata attenzione... Qui la compresenza di cieli e di terre indica
qualcosa che ha che fare con gli inizi.
Per Moscatelli la pittura è una parola d'onore data al reale.
Lo ha scritto lui. E' un patto, e come ogni patto ha una energia morale che deve sostenerlo
(può essere tradito ad ogni istante, dimenticato) e una sua precisa, singolare ritualità.
O, per dirla in altro modo, una poetica. La poetica di un'artista è infatti la definizione del rito
con cui egli segna il suo patto con il mondo. Ci sono poetiche di sfida, di lotta, di fuga.
Quella di Moscatelli è, ora, una poetica dell' invocazione.
In questa fase della sua opera, egli avverte come ogni artista che sta maturando,
la necessità di porsi al di là o prima di ogni altra possibilità.
E' come se dicesse agli altri pittori: voi fate pure, percorrete le infinite possibilità.
lo sto dove è in gioco tutto, io sto dove tutto inizia o tutto finisce.
Nello sguardo come di rinvenuto al cielo su di lui, o nello sguardo come di uomo steso
con il viso a terra come san Francesco - sotto di lui.
Ma, ripeto, non è un luogo serafico. Né uno spazio agevole di contemplazione.
E' piuttosto un momento di agonìa, di lotta, di rischio, come ce n'è in ogni inizio,
in ogni nascimento. La laboriosissima preparazione dell'opera è il segno di quel travaglio
che l’artista si ritrova subito tra le mani. L'esser cielo del cielo, o l'esser terra della terra:
questo s'indaga. E' niente? E' un' ipnosi, un vano risucchio che svuota di senso?
E' perdersi in un barbaglio? Può essere tutto questo.
E può avvenire nella mente e nel cuore del visitatore di questi quadri.
Oppure può avvenire di trovarsi sospesi sulla linea tra l'esistenza e il suo contrario.
Trovarsi su quella lama. E per così dire essere richiamati a quella tremenda ed esaltante
responsabilità che l'uomo porta come destino: decidere di ospitare il mondo come mistero
esistente o come illusione. Da qui, mi pare, la provocazione e l'assoluto rispetto dell'opera
per il suo visitatore. L'estrema presa sul serio, la sua forza di gesto che richiama in vita
le oscure, primarie e vitali possibilità dell'uomo libero.
La sua civiltà di pittura.
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