Mauro Moscatelli Pittore
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RECENSIONI

Nelle viscere della terra >>>
di Maurizio Sciaccaluga

Per Mauro, e per i suoi cieli,
per le sue terre >>>

di Davide Rondoni

Tra l'atteso e lo svelato >>>
di Daniela Del Moro

Mauro Moscatelli.
Una cosmologia del volto >>>

di Alessandro Giovanardi

La pittura di Mauro Moscatelli >>>
di Gianfranco Lauretano

Mauro Moscatelli, Terre >>>
di Roberto Gabellini


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APPENDIX



Mauro Moscatelli. Una cosmologia del volto.
di Alessandro Giovanardi


I cieli e le terre di Mauro Moscatelli avevano un tempo sedotto il mio sguardo;
mi aveva commosso soprattutto quella pittura faticosa e devota che non temeva
di affrontare oggetti umili e quotidiani col gusto magniloquente dello stilema
antico - turneriano, secentesco - e che lottava con sagacia per distillare la poesia
dagli opposti punti di riferimento del reale: l'impalpabilità di nembi e cirri, la rugosità
umida o asciutta di fanghi, crete, argille. Tutto ciò si realizzava in un atto di fede nel vero
che più appariva ingenuo, più si faceva liricamente profondo.
M'incantava altresì la quiete immensa che emanava dai suoi lavori in cui si erano mischiate
la pazienza e la modestia dell'artigiano con l'ampiezza del cantore, dell'aedo che scriveva
solo col colore.
Ora, come in una svolta repentina e radicale, tutto sembra mutare e la calma farsi
impazienza, ansia d'indagine nuova, ricerca di stupore in soggetti prima impensabili.
Tra il cielo e la terra vi è l'uomo che appartiene ad entrambi, che entrambi guarda
e a che ad entrambi assegna nome, senso e posizione. Il mondo è mondo solo negli occhi
e nella bocca di chi lo vede, lo pensa e lo dice: il mondo è possibile solo nel volto ed è
di fronte al volto, anzi all'innumerevole ghirlanda dei volti, che l'artista può provare una rinata
vertigine amorosa per il reale. Proprio nel volto, difatti, il soggetto diviene oggetto, lo sguardo -
energia fisico-chimica e potenza spirituale - è a portata di mano, o meglio, degli occhi
dell'altro: proietta il suo modo di sentire il mondo al contempo comune e incomunicabile.
Dove e come coglie il pittore questi visi che paiono sottratti a un allagamento e appesi
alle pareti per farli asciugare? Sono visi fotografati, sottratti al tempo con la fredda
meccanica della macchina, la cui logica più deve apparire raggelante ad un pittore puro
come Mauro; sono visi inanellati senza gerarchie di significati interiori, mescolando
a quelli di persone conosciute e amate gli altri, lontani e indifferenti, rubati anche
allo squallore dei rotocalchi, alle vicende della cronaca più sordida e minuta.
In questa discesa agli inferi in cui ciò che è caro alla mente e al cuore viene affiancato
al desolante senso dell'anonimato, il pittore si muove con estrema severità verso
una precisa idea del distacco dai sentimenti e dagli affetti al fine raggiungere
una visione più lucida e pura. Come nelle rarefazioni celesti o nella vicinanza alle terre
limacciose o brulle, l'etica dell'artista lo conduce verso la più scabra solitudine,
in una desolazione dei sensi e dell'intelletto ove dar luogo ad una pascaliana scommessa
sul senso: se riuscirà a cogliere anche nel vuoto o nell'arido la bellezza, il mondo sarà salvo,
avrà di nuovo colonne e fondamenta di significato su cui sostenersi.
Oggi il deserto sono i volti; non più però i ritratti classici, densi di un'indagine psicologica
e spirituale di sofisticata finezza, non più le persone su cui si cristallizzava l'eredità
della pittura d'un tempo, consolidata sulle proprie convinzioni religiose e filosofiche:
solo facce, certo ben dipinte, indubbiamente riconoscibili come tali e accostabili
senza spaesamento da chiunque, ma in cui la tecnica appassionata dell'artista ha voluto,
o dovuto, censurare il suo afflato e regredire a un livello pre-pittorico, preparatorio.
La ricchezza evocativa dell'olio è asceticamente impoverita fino a camuffarsi nella povertà
dell'inchiostro, una materia pittorica le cui sbavature e colature interrompono il disegno,
impediscono la visione limpida, occultano e annebbiano lo sguardo di chi contempla
e di chi è ritratto; lo rendono, com'egli vuole, instabile.
Eppure qui si misura la nuova ricercatezza di Mauro, la qualità del suo stile e del suo esercizio
artistico: la prima volta che vidi gli iniziali tentativi di questo complesso lavoro mi sembrò
di dover perdere il soggetto, la sua immediata banalità cancellata dalle rarefazioni del tratto
e di poter accogliere, invece, l'emergenza stilistica del gesto, della squisita operazione
che m'evocava l'indefinito sentimento di un paesaggio estremo-orientale rapidamente
disteso a china sulla carta.
Avevo insieme ragione e torto: la distanza emotiva di Mauro mi ha condotto sì verso
un modo più sottile d'intendere quell'ideale di meticolosità che l'ha sempre soggiogato,
dando ora maggior rilievo alle forme del fare che al fare forme, ma il deserto del volto,
oscurato e rarefatto da increspature e brume, non vuole essere un allontanamento
dalla concretezza, una resa al sogno colto ed estetizzante, bensì una difficile riflessione
sull'instabilità fisica ed emotiva del volto e del pensiero che lo anima e lo muove.
Riemerge qui la stagione passata: il volto è insieme terra e cielo e come tale è.
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