Mauro Moscatelli Pittore
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RECENSIONI

Nelle viscere della terra >>>
di Maurizio Sciaccaluga

Per Mauro, e per i suoi cieli,
per le sue terre >>>

di Davide Rondoni

Tra l'atteso e lo svelato >>>
di Daniela Del Moro

Mauro Moscatelli.
Una cosmologia del volto >>>

di Alessandro Giovanardi

La pittura di Mauro Moscatelli >>>
di Gianfranco Lauretano

Mauro Moscatelli, Terre >>>
di Roberto Gabellini

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APPENDIX



La pittura di Mauro Moscatelli
di Gianfranco Lauretano



Atelier di terra e cielo

Durante una visita al suo atelier, per la prima volta ho potuto osservare le opere
di Mauro Moscatelli. Era l'agosto del 2005, se non sbaglio. Accompagnato dal pittore
Davide Frisoni, amico e sodale di Moscatelli, salii sulle colline di Rimini per andarlo
a trovare nella sua casupola, a dire il vero abbastanza sgangherata, dove dipingeva e dipinge.
Il posto gode del privilegio di una veduta assai bella sulla piana sottostante e sulla città
e mi ricordo una stradina con molto verde. Nel piccolo ingresso della casa alcune viti
dall'aspetto selvatico offrivano già i primi grappoli. Di tutto questo al pittore interessava
soprattutto la terra e il cielo, elementi primigeni di un paesaggio che, per il resto,
pareva lasciarlo indifferente; e tali erano quelle tele, spesso molto grandi, che ritraevano
esclusivamente terre o cieli. Seduti nella stanza, sorseggiando del vino bianco e
chiacchierando, me li guardavo con sorpresa e piacere: c'erano soprattutto terre,
dipinte con una precisione e un gusto del particolare impressionanti, oltre che con un'abilità
da disegnatore precisa e matura, ahimè sempre meno consueta nei pittori che avanzano.
Frisoni preferiva le terre, ricordo, e presto le preferii anch'io, ma i cieli era di maggiore impatto
e credo che Moscatelli li vendesse meglio: il loro essere eterei, la leggerezza e il miracolo
dell'aria avevano indubbiamente un fascino primario. Ma le terre erano più drammatiche e,
alla lunga, più icastiche: scavate e tracciate da linee, come se vi fosse accaduto qualcosa,
come l'anima, e globulose, particolareggiate com'erano, trattenevano alla lunga lo sguardo
più dei cieli - e la mia attenzione.


Pensiero morale?

Un altro particolare che notai dell'atelier era la presenza di frasi (non molte) e parole scritte
a matita sul vecchio muro male intonacato, probabilmente parole che venivano da riflessioni
e letture del pittore. Erano un'immediata testimonianza della riflessione incessante
e sostanziale connaturata al lavoro della mano e del pennello, che in Moscatelli, credo,
non si ferma mai. Una volta l'ho sentito affermare, durante un incontro pubblico
per la presentazione di una sua mostra, che dipingere è una questione morale,
che riguarda la ricerca del bene e del male. Cosa diavolo c'entri la questione morale
con la pittura è un'altra faccenda; ma che la pittura c'entri con tutto ciò che è della persona
e della vita, questa è una sicurezza del pittore. Così ogni tela di Moscatelli è estratta
da quell'abisso che è l'anima, esattamente l'anima, il cuore di noi che già ha rapporto
col bene e per questo è sempre a rischio, potrebbe sempre non esserci o venir cancellata.
Così è stato per alcuni dei quadri di quei tempi, per molte terre ad esempio.
Quel giorno c'era nell'aria tutta una domanda sull'opportunità della presenza o meno
in un quadro di un tronco o successivamente della comparsa - inaudito! - di una figura umana.
L'idea dell'inserto di elementi ulteriori in quei brani di terra che erano guardati come da vicino,
a scomparti, nella loro essenzialità e nudità era una questione di vita o di morte e il motivo
di lunghi rovelli. E d'altronde Moscatelli è stato l'unico pittore finora ad avermi imprestato
dei libri, segno anche questo di un pensiero che non si stanca di riflettere e rimuginare
sul senso del proprio lavoro.


Comparsa dei volti

La comparsa del volto è stata in realtà tutto sommato improvvisa e, per me, imprevedibile.
Un ritorno, senza dubbio, un evento che forse ha del ciclico o forse meglio di un movimento
elicoidale di allontanamento e avvicinamento dai temi base in ascesa.
Sono volti liquidi, che forse stanno scivolando via, di notevole disegno e raffinato cromatismo.
Come al solito, gli elementi sono pochissimi e lo scavo su di essi intensivo.
Come nelle terre e nei cieli, così anche nei volti la concentrazione è assai forte,
simile alla povertà. Sì, questi quadri sono come le pere di Pinocchio: una volta mangiata
la polpa, e rimasta la fame, anche la buccia viene valorizzata e acquista gusto e importanza.
Il poco di questa pittura allora non è funzionale al controllo, all'acquisizione di certezze
dottrinali e cristalline o al potere manierista del pittore sulla sua opera.
Tutto il contrario: si tratta di un'indagine che va per esclusione per provare ogni particolare,
cercare di capire il bene di ogni curva, ogni onda, ogni scivolamento di goccia.
Anche la scelta dei soggetti, volti presi sovente dai rotocalchi più dozzinali, sembra voler
impedire un eccesso di sicurezza pregiudiziale: stiamo di fronte al poco per quello che è
e com'è, e otterremo ricchezze insperate. Forse.
L'importante è non coprire con la parola vana - ed anche una pennellata di troppo
o insensata potrebbe essere la vanità del discorso, come tanta arte d'oggi e di sempre
dimostra - o con il gesto inconsulto la verità, che è sempre sobria e mai definitivamente
dipingibile (dicibile). Allora, di fronte ad un sopracciglio che in certi ritratti si aggrotta
o ad un viso colto mentre si gira - e in quel girarsi com'è opportuno lo scivolare
dell'unico colore! - può capitare di vincere la scommessa del bene e della bellezza che,
come al solito, ad esso è intrinsecamente unita.
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